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DjembèLa lavorazione dello Djembè

DJEMBE’

Djembè djembè djembè… conosciamolo un pò meglio! Quello che oggi è probabilmente uno dei più popolari e suonati strumenti a percussione è originario dell’Africa Occidentale ed appartiene alla cultura dell’impero Mandingo, una società con un re e una lingua in comune, suddivisa in caste (molto importante quella dei griot, dei cantastorie) e composta da molte etnie differenti, che abitavano i territori della Guinea ,del Mali, Casamance, la regione sud del Senegal.

La leggenda vuole che il djembè nacque quando un cacciatore si trovò di fronte ad uno spirito che suonava questo strano strumento. Il cacciatore posò le sue armi e ricevette il djembè dallo spirito, che raccontandogli quali fossero i suoi poteri e le sue potenzialità gli raccomandò di dividerlo con la sua gente.

Si può allora dire che il djembè è uno strumento sacro perché possiede la benedizione dei tre elementi della natura: ha in sè la vita dell’albero cui appartiene il legno, la vita della capra da cui viene la pelle, la vita dell’uomo che l’ha costruito e lo suona. Il djembè parla: è quasi un’entità vivente, che veicola messaggi diversi, frasi codificate. In assenza di altri mezzi di comunicazione, villaggi più o meno lontani comunicavano tra loro col suono dei tamburi. I griot si spostavano tra famiglie e villaggi con il loro strumento, per suonare e cantare fatti e persone, unici a portare in loro la storia di popoli interi. E tuttora ogni momento della vita sociale del villaggio, battesimi, matrimoni, funerali, riti di passaggio… tutto è scandito dai ritmi incalzanti del djembè.

Come la musica “occidentale” anche i ritmi tradizionali dell’Africa Occidentale hanno una loro propria forma e struttura, che però è pressoché impossibile imprigionare in un foglio utilizzando mezzi convenzionali di trascrizione e notazione: questo perché sono ritmi suonati non solo con le mani ma anche con la mente e con il cuore, perché ogni pezzo è l’espressione di una cultura, di un popolo, di circostanze ed eventi della vita di ogni giorno. Ed è cosi che ogni etnia ha ritmi propri e ritmi comuni ad altri: un ritmo ritenuto particolarmente sacro in una paese potrebbe non essere per nulla conosciuto a pochi chilometri di distanza.
Per noi Europei, abituati a schemi rigidi e codificati, è spesso difficile accostarsi a questo strumento e riuscire a suonarlo come si merita; per imparare è necessario lasciarsi andare, suonare molto e soprattutto farlo accompagnati da un “ maestro” in carne ed ossa, che ci accompagni nei ritmi, che ci dica cosa significano quei suoni che le nostre mani producono.

Concludendo … invito tutti gli appassionati di djembé di portare rispetto a questo strumento sacro pensando alla sua origine, alla sua storia e al patrimonio culturale che porta da millenni con sé…dal djembé possiamo ancora imparare.

Moris Sene

 

SabarIL SABAR

E' un tamburo a calice, monopelle, tipico dell'etnia Wolof del Senegal. Alto circa 1 metro, si ottiene scavando un tronco d'albero. Viene suonato con una mano libera e una bacchetta. La membrana è tesa tramite cavicchi di legno ad appositi tiranti di corda vegetale. Viene usato nelle festività sociali.

 

 

 

IL BALAFON

BalafonIl bala o balafon in lingua maninkè (mali, Guinea) è uno xilofono dei Mandingo. E' dotato di 15, 17, 19 o 21 barre di legno, collocate orizzontalmente in maniera scalare su un supporto di bambù. Sotto ogni tasto si trovano delle zucche cave forate che fungono da cassa di risonanza.  Si suona con due mazzuoli con un'estremità coperta di caucciù e può anche essere suonato da due esecutori contemporaneamente: uno esegue il ritmo base, l'altro un controritmo. La tradizione mandingo vuole che la nascita del bala, detto impropriamente balafon (che significa "far parlare il bala") sia associata al sovrano Sumanguru Kantè, re dei Suso (Guinea): il re possedeva un grande bala dai poteri magici che suonava dopo ogni vittoria. Questa leggenda spiega perché era utilizzato in origine dai guerrieri.

Ancor oggi, l'uso è riservato principalmente agli uomini.

 

IL TAMA'

 Tamà
Il tama' è un tamburo a clessidra ricavato da un tronco scavato, dotato di due membrane unite mediante corde tiranti, la cui tensione varia a seconda della pressione esercitata su di esse dal braccio dell'esecutore, che lo sorregge sotto l'ascella. Il tamburo viene percosso con un battente ricurvo in legno dotato di una piccola testina sferica, in modo tale che il linguaggio melodico, effetto delle modulazioni percussive, ricalchi il linguaggio tonale africano. E' impiegato sia nelle festività sociali che in quelle religiose.

 

 

Doun dounIL DOUN DOUN

Il doun doun è un tamburo dai toni bassi a due estremità fabbricate con una sottile pelle di vacca. Spesso viene lasciata la peluria dell'animale sulla pelle, in modo da produrre un suono più caldo. E' lo strumento più comunemente usato come basso per lo Djembè.

 

 

 

La lavorazione dello Djembè

 

Il djembè è un tamburo ricavato da un unico tronco d'albero (solitamente si utilizza legno di tek), che viene completamente svuotato all’interno e lavorato all’esterno fino a dargli la caratteristica forma a calice.Il corpo ligneo inoltre viene spesso variamente decorato con disegni e intarsi simbolici o allusivi alla vita di ogni giorno.Una delle due estremità, quella dal diametro minore, viene lasciata libera, mentre su quella di diametro maggiore viene montata una pelle di capra, tenuta fissa da due cerchi metallici e da un intreccio di nodi e corde disposte verticalmente dal bordo al collo dello strumento. La pelle viene montata bagnata, ed una volta asciugatasi va tesa fino a farle ottenere un buon suono: ciò si ottiene agendo prima sulle corde verticali, poi intrecciandole ulteriormente con un’altra orizzontale.Per modificare le tonalità ottenibili si può agire anche direttamente sulla pelle, che riscaldata vicino ad una fonte di calore acquisisce un tono più alto mentre inumidita cala di tono.Per sottolineare i ritmi suonati si applicano spesso ai bordi del djembè delle “ orecchie”, lamiere di metallo con applicati anelli di ferro che vibrano assecondando i gesti del percussionista.
Il djembè si può suonare da seduti, in piedi, accovacciati a terra …importante e ricordarsi di tenere sollevata e libera l’apertura inferiore, in modo tale da consentire all’aria ed al suono di attraversare lo strumento. Tre sono per definizione i suoni ottenibili percuotendo la pelle; i bassi, suoni lunghi e profondi, che si hanno lasciando l’intera mano semitesa al centro dello strumento; i toni alti, più brevi e secchi, dati dal contatto delle quattro dita chiuse con la pelle vicina al bordo del djembè, lo slap, il suono più alto e più secco, il più difficile da ottenere … la teoria vuole le dita leggermente aperte, che colpiscono lo strumento in tutta la loro lunghezza ma concentrano la forza nei polpastrelli… mah! Soprattutto per i toni acuti è importante che la pelle sia tesa a dovere, ma l’accordatura è cosa da fare solo se realmente capaci: è meglio chiedere aiuto piuttosto che trovarsi la pelle a metà.

Scelta del legnoLa scelta del legno

Legno intagliatoIl legno viene intagliato

Vari djembéUna scena d'insieme

Pelli legateLe pelli vengono legate

In venditaGli djembe' pronti per la vendita...

... si suona...e per l'uso!